Si aspetta l’anno nuovo.
Forse, a voler indicare un tempo nuovo, un tempo diverso dall’attuale, un tempo che verrà come se dovesse sorprendere.
Un tempo imprevisto e imprevedibile.
Poi, passa l’ebbrezza della festa e ritroviamo, più o meno, lo stesso anno, con le stesse cadenze e scadenze temporali. Cambiano solo i giorni ma restano i numeri: dall’uno al trenta o dall’uno al trentuno o dall’uno al ventotto o dall’uno al ventinove.
E si ricomincia a contare i giorni dell’anno.
E riparte il countdown: Pasqua, Ferragosto e Natale. E in ciascuno dei giorni resta un pizzico di speranza, forse incredula, che passeranno veloci e ne arriveranno dei nuovi.
Un déjà vu.
Eppure, i numeri sono costanti, non ingannano, tornano sempre. Certezza aritmetica.
Allora, forse bisognerebbe invertire la festosità: aspettare ogni giorno con la stessa attesa dell’anno che verrà, così da renderlo il giorno che sarà. Senza impuntare i piedi sul TANTO MA…o il TANTO CHE…o il TANTO SE…perché, altrimenti, proprio frattanto rischiamo di perderci l’anno, anelandone uno nuovo che ricomincia TANTO MA…TANTO CHE…TANTO SE!