Cari Giovanni e Paolo. . . di Antonio Belsito

Cari Giovanni e Paolo,

Vi scrivo solo ora perché nell’anno del Vostro assassinio avevo dodici anni.
Andavo a scuola ma il mio entusiasmo iniziava fuori: un super santos, una “combriccola” di rumorosi compagni e uno spazio simile a un campetto.
Ci consumavamo le scarpe, calciando e scalciandoci.
La superficie era di cemento ruvido: ogniqualvolta si cadeva, ci si rialzava con le ginocchia fortificate dalle abrasioni. E si rideva. E si continuava.
Il nostro fine era segnare nella porta avversaria a qualunque costo perché vincere era l’unica ragione.
Fosse pioggia o fosse sole.
Ci sentivamo liberi di correre e rincorrere un pallone leggero, così leggero che veniva portato via, anche, dalle folate di vento.
E noi lo seguivamo con gli occhi per non perderlo.
Si litigava nel gestire le formazioni della “contesa”.
Il momento cruciale diveniva il cosiddetto “tocco”: si stringeva il pugno, si pensava un numero sino a cinque (pari alle dita della mano) e si liberava la stretta, indicando, con le dita, il numero pensato. Era il sorteggio che avrebbe stabilito il contendente primo nella scelta dei compagni di squadra.
Tocca a te scegliere” – si gridava.
La “combriccola” si avvicinava sempre più ai due contendenti impegnati nella scelta.
Perché?
Perché, spesso, si era così tanti che si rischiava di rimanere fuori dalle scelte. Quindi, avvicinandosi, ci si metteva in vista per la fatidica scelta, altrimenti si faceva da spettatori.
E fare da spettatori era, veramente, doloroso.
Questo ero al tempo della vostra morte.
Il problema più difficile era riuscire a giocare.
Non pensavo ad altro.
Tantomeno alla morte.
Ora, penso che anche voi siete stati bambini. E leggo che anche voi giocavate nei vostri quartieri. E leggo, inoltre, che giocavate, divertendovi, sorridendovi, rincorrendovi, proprio come facevamo noi. E leggo che, giocando, vi accorgevate pure di “bambini più fortunati e di bambini meno fortunati“.
Crescendo, avete ritrovato – da magistrati – qualcuno di quei compagni dietro le “sbarre”.
Ma voi non discriminavate, proprio così come quando si giocava; bensì cercavate di far ragionare secondo una scala di valori obiettiva, consci dei tanti disagi che la vostra terra, la Sicilia, pativa.
Quindi, il “criminale” non era il condannato a morte, bensì un uomo da orientare al valore della vita, della esistenza, del saper stare insieme per essere comunità.
Voi rappresentavate la dignità dell’uomo: un uomo può sbagliare anche perché solo, emarginato, privo di affetti premurosi, abbandonato. Un uomo può sbagliare anche per vizio.
Ma voi credevate che bisognava guardare negli occhi costui. E ascoltarne la parola.
Per capire.
Capire, comprendere, un fenomeno sociale.
E, forse, fu proprio quel vostro saper guardare negli occhi, con umanità, che portò delle collaborazioni, pur se non pentimenti: scopriste “cosa nostra”.
Un “sistema di connessioni e connivenze” che partiva dal basso, dai senza lavoro, dai diseredati dei quartieri popolosi e disagiati per arrivare alle “cariche” più alte della Repubblica (politici, magistrati, alti funzionari, dirigenti, liberi professionisti etc.); quella Repubblica per la quale avevate giurato da magistrati.
Era un “sistema” contrario alla legge della Res Pubblica: si uccideva, si trafficava droga, si operavano estorsioni, si favoriva il contrabbando di sigarette, si riciclava denaro, si sottraeva denaro pubblico.
Non era più un gioco.
E non erano più quei compagni con cui ci si rincorreva per contendersi un pallone.
Era la disperazione di una società.
Era la paura, quotidiana, di intimidazioni, minacce.
Era una situazione di costante oppressione.
Non era libertà.
Non era democrazia.

Era sfiducia ingenerata in tutti e ognuno.

Ecco, la dignità delle vostre toghe.
Cercavate di ripristinare un ordine democratico ove tutti e ognuno, nel rispetto della legge, potessero avere dignità ed esser liberi. Senza paure.

Perché ogni bambino ha diritto di giocare in una piazza senza dover temere.

E ogni bambino ha diritto di crescere senza patire soprusi. Perché ogni bambino che soffre soprusi è un bambino che, fisiologicamente, cresce con “l’imbastardimento” di quel dolore che lo priva di dignità. Non è comprensibile che un bambino possa essere “più o meno fortunato“.

E uno Stato che sottrae dignità crea discriminazioni.

Allora, applicare la legge significava individuare delle violazioni di legge per punirne la commissione ai fini rieducativi.
Quella gente doveva capire che ogni uomo esercita dei diritti e adempie a dei doveri perché così si diventa comunità, convivendo nel rispetto reciproco e godendo di una dignità libera.
Il vostro era un messaggio, anche, di politica sociale: realizzare gli interessi di una collettività affinché nessuno patisse il disagio di dover sentire la vergogna di essere “nulla”.
Avete dimostrato di saper guardare negli occhi tutti e di non sfuggire a nessuno sguardo perché in ogni sguardo c’è una esistenza da comprendere.
E ogni esistenza va canalizzata secondo la giustezza della legge della Repubblica.
Avete cercato di realizzare un progetto umano attraverso il vostro operato confluito in dei processi e in delle pene, sulla scorta di prove congrue, obiettive, autentiche.
Non avete condannato a morte nessuno, bensì avete cercato di recuperare quell’idea di STATO: stare insieme secondo delle regole, convivere pacificamente e dignitosamente.
Questo è rieducare, cercare di orientare delle condotte nel giusto verso di legge.
Eppure, vivevate da prigionieri. Scortati da tanti uomini delle forze dell’ordine, forniti di fucili a pompa spianati, radioline per comunicare, giubbotti anti proiettili. Rinchiusi in macchine blindate, seguite da elicotteri.
Eppure, qualcuno lamentava la “rumorosità” di quelle scorte “abbondanti” perché disturbavano la quiete.
Eppure, voi venivate rinchiusi in caserme o carceri per continuare a sopravvivere.
Allora, cercavate di comunicare – a mezzo mass media, scuole e altre plurime iniziative pubbliche – la ragione del vostro operato, la situazione della vostra terra, la voglia di “consegnare” una dignità a tutti i cittadini che avrebbero dovuto sentirsi parte di un progetto democratico privo di soprusi e perorato dal lavoro quale fonte primaria per vivere dignitosamente e in libertà secondo le regole della Repubblica Italiana.
Eppure, gli uomini della scorta diminuivano, i fucili a pompa divenivano semplici pistole, l’elicottero non seguiva più, le radioline divenivano una radio per macchina.
Eppure, erano già morti ammazzati altri che collaboravano con voi o che avevano cercato di fare come voi; eppure, si iniziava a mormorare di “tritolo” e il materiale investigativo configurava probabilità di attentati alle vostre persone.
Ecco, perché gli stessi uomini della scorta chiesero delle misure per implementare la vostra sicurezza, per bonificare i tratti di strada percorsi, per evitare che macchine fossero parcheggiate nelle aree in prossimità delle vostre residenze o dei vostri cari.

Però, nulla di quanto chiesto fu.

Allora, continuavate a viaggiare e operare, nonostante la reale possibilità di attentato, perché quella era la vostra Sicilia, la vostra Italia, il vostro Stato.
Continuavate a viaggiare con le stesse macchine di scorta, facilmente identificabili, con meno uomini (pur a turnazione) e con meno strumenti a difesa.
Leggo che vi fornirono dei soprabiti “blindati”, così come delle borse “blindate”, che, però, si disintegrarono in una prova di sparo!
Eppure, certuni politici, giornalisti, magistrati, liberi professionisti, anche pubblicamente, iniziavano a screditare il vostro operato perché “eccessivo”, “sovrabbondante”, “vanitoso”.
Ma voi continuavate. Con dignità.

Senso del dovere.

Eppure, Tu, Giovanni, nonostante il sostengo di Paolo, venivi “bocciato” come Consigliere istruttore presso il Tribunale di Palermo, Alto commissario antimafia, Procuratore nazionale, aspirante componente CSM.
Bocciato da chi?
Sempre da quei certuni politici, magistrati, giornalisti, alti dirigenti.
Si diceva che Tu, Giovanni, fossi uno “smanioso di potere”.
Eppure, nonostante sapessi (insieme a Paolo) che il tritolo era arrivato a Palermo, continuavi a restare nella tua Sicilia o a tornarci (perché impegnato al Ministero della Giustizia, affari penali, per il Bene dell’Italia al fine di varare riforme utili a stanare quella criminalità cruenta di connessioni e connivenze) come quel giorno del 23 maggio 1992 .
Così fu per Paolo solo 57 giorni dopo.
Così fu per gli uomini della Vostra scorta.

I funerali di Stato riempiono sempre le chiese e le chiese si riempiono sempre di lacrime.
Qualcuno delle alte cariche di quello Stato mancò pure ed ebbe il coraggio di sussurrare: “preferisco i matrimoni ai funerali”.

GRAZIE GIOVANNI. GRAZIE PAOLO.

P.S. Voglio immaginarvi bambini a giocare in quella piazza libera e divertente.

(Copyright2017)

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