Un camice di Antonio Belsito

Un camice. E degli zoccoli sanitari.
Come se non avessero un volto. Come se non avessero una famiglia. Come se fossero super eroi.
Come se fossero in una botte di ferro.
Sono uomini e donne che lavorano in corsia, nei reparti, nelle strutture sanitarie, in studio.
Sono quegli uomini e quelle donne che continuano a vestire quei camici e a indossare quegli zoccoli sanitari sine die, come se per loro non esistesse un’alba e un tramonto, come se loro fossero indenni da quella maledetta parolaccia: “coronavirus”!
Come se loro non avessero figli a cui tributare sogni, mogli o mariti a cui donare un bacio, genitori a cui dispensare un abbraccio, compagni o compagne dai quali ritornare.
Come se la parolaccia “coronavirus” li rendesse invulnerabili e, forse, invisibili.
Sono loro che non si sottraggono a turni massacranti, sono loro che continuano a prestare assistenza pur con carenti presidi necessari a tutela, sono ANCHE loro che presentano in viso il conto della vita.
Sono – pure – quelli picchiati e maltrattati qualche giorno prima a Napoli, così come a Milano o a Cagliari, perché ritenuti, arbitrariamente, colpevoli di esiti sanitari infausti. Eppure, sono in quei corridoi senza sottrarsi al bisogno di assistenza sanitaria, magari con i segni delle percosse e/o lesioni ancora addosso.
Eppure, qualcuno di loro, dopo aver lavorato senza sosta e senza risparmiarsi, ha ceduto su una barella, qualcun altro è in terapia intensiva, qualcun altro ancora è in quarantena forzata senza poter vedere gli occhi dei figli o dei coniugi o dei genitori o dei compagni/ delle compagne.

E qualcun altro non è più.

G R A Z I E .

Sono loro quelli che non pretendono altro.

 

(Copyright2020)

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